Federico Bario - Canale Youtube

IL TEMPO E LA MEMORIA

dello scrittore Angelo Borghi

 

Il tempo che avvolge noi e le cose è un oggettivo impietoso che continua imperterrito il suo corso all’infinito; eppure noi ne prevediamo la fine, ne misuriamo gli istanti in una maniera non fisica ma interiore: il tempo diventa un’esperienza umana ed entra nella memoria. Angoscioso e misterioso è il passaggio all’appartenenza del tempo come proprio a se stessi; angosciosa e misteriosa questa specie di liberazione dall’asservimento del tempo, che noi riscontriamo per gli ebrei scampati ai lager. Il tempo divenuto memoria ma sottratto all’esperienza personale è oggi una condizione della cultura che rifiuta il valore di libertà dell’uomo; e una meccanica moderna fa della memoria storica un falso rifugio, oppure una terapia sociale che codifica eventi che non si ripeteranno mai. Il tempo e la memoria sono invece anzitutto storie personali, indagini interiori non consumabili, soggettivazioni di rapporti, che hanno la loro fonte nella peculiarità dei singoli e dei gruppi, in spontanea e non violenta elaborazione. Non violare la memoria. Sarebbe uno dei nuovi comandamenti della religione e dei popoli, se non fosse, nelle parole, uno dei pilastri della tradizione anche cristiana. Non manipolare la memoria, sarebbe un altro nuovo comandamento, se non fosse, nei fatti, la pretesa di tanti poteri di sostituire cultura a cultura, memoria a memoria. L’opera della memoria, i suoi frutti, sono la presentificazione della temporalità vissuta, propria a ogni persona, la bilancia dei mutamenti, il mantenimento della coscienza, la vicinanza delle cose e di sé a sé. Operazione imprenscidibilmente da rispettare, poiché fatta senza costrizione, come evoluzione dello spirito assoluto e libero. La poesia della vita che si avvolge nella nebbia, raccontata dagli scritti; le scarpe, le vesti, i fogli, il fango, i reticolati, le cose raccontate dai lager e dai musei; le poesie, le narrazioni, le ricordanze di chi ha vissuto l’abbandono di Dio e degli uomini: sono i frutti ormai atemporali, ma presenti in queste opere della memoria, la quale ri-assume il senso del proprio tempo e trova significati nei segni del proprio passato. Da questo punto di vista, non è possibile altro che rispettare totalmente la qualità umana delle testimonianze, di queste che vengono direttamente dal Museo di Auschwitz in gran parte per la prima volta in Italia. Ma esse sono anche testimonianze, elementi che ci vengono consegnati per essere tramandati, poiché ogni dimensione personale è una dimensione umana e quindi condivisibile. Nella parità dell’umano, la comunicazione del sensibile e del razionale è possibile, poiché comune a tutti gli uomini è l’esperienza del tempo, se non dei tempi. Una comunicazione circolare, se accolta, che accomuna almeno nella visuale dei valori, se non nella loro gerarchia. Diventa allora una nuova esperienza di gruppo, collettiva, che estrae nuovi materiali dalla storicità di altre esperienze umane. Le posizioni sono intercambiabili, si unificano nella comune sensazione del male e del bene che ci percorrono. Si può essere nemici di questo comunicare? Nemici di altre esperienze e di altre storie, di altre culture, di altre religioni? Anche questa storia è ben conosciuta; è possibile nell’apatia dell’indignazione, nella stanchezza dell’apprendimento, nel furore degli appetiti, nell’abbandono della vitalità che è la somma dell’umano in termini di intelligenza che di volta in volta prende e comprende sé e i propri rapporti. Nella debolezza interiore di una società, l’ignoranza, la presunzione, la rivalsa individuale può proiettare il proprio male all’esterno in un “nemico”. Ma saremmo così al di là della memoria, al di là dell’umano. La storia del male fa in realtà parte di tutti, ma ne fa parte anche la sua percezione, ne fa parte il riscatto, ne fa parte la comprensione, la responsabilità. Accanto alla memoria della sofferenza, che si alimenta peraltro ogni giorno, la memoria del male è il salutare antidoto contro “il serpente” primordiale, dalle cui insidie non è esente nessun popolo, nessuna cultura, nessuna civiltà. E la partecipazione, parte della comunicazione della memoria, è una ulteriore materializzazione di una storicità inevitata ma non manipolata, fatto di coscienza che ci ripropone il combattimento contro la distruzione della persona e della personalità, contro l’abdicazione della coscienza e dell’intelletto. Massacri, genocidi, stermini, guerre, come gli egoismi, l’intolleranza e l’incomprensione stessa, sono il “serpente” che insidia nel contempo sensazioni, emozioni, ragioni dell’individuo, sono a livello collettivo l’antidemocrazia che insidia il libero e il difficile degli uomini nella temporalità della storia.

 

 

LA MEMORIA E L’IMMAGINE

dello scrittore Angelo Borghi

 

I segni e le immagini sono gli alimenti della memoria. Quando una civiltà soggiace al dominio di un’altra, i suoi segni e le sue immagini sono le prime testimonianze che vengono distrutte. Quando i lager furono abbandonati dai nazifascisti, i loro segni furono distrutti. Il ritorno alle immagini è dunque un ritorno alla memoria. Gli ebrei derelitti di un tempo, davanti alle fosse, ai pietosi avanzi delle vite stroncate, ai reticolati, davanti ai binari di un tempo che era diventato all’improvviso indefinibile ed espropriato, rinnovano la memoria finalmente libera e propria, si impossessano della condizione di rinnovati, sommano nuovi documenti a quelle testimonianze che essi ed altri umani hanno lasciato. La loro comunicazione, come la nostra visione diretta, creano altri segni e altre emozioni, che si esprimono in altri segni e altre immagini. I documenti del passato, le visuali del presente, diventano messaggi profondi, percezioni sensibili e sovrasensibili. Si solidificano in fatti raccolti in sé, si esprimono in ulteriori comunicazioni di segni, simboli, materie, costruite di rosari di poesie, di immagini pittoriche, di proiezioni fotografiche. Ecco lo spazio interiore che rispetta la testimonianza e il documento, diffonde altre prove di umanità partecipe. In questo spazio non vi è altro che pacificazione, una difficile conquista, non priva di interrogativi. Questo affermano le poesie degli scampati di Auschwitz e Birkenau, prive di livore e di vendetta, prive di estremismi, condite solo delle lacrime che ogni umano non può disconoscere nella sua esistenza. Ma non è oblio. Nella globalità è un monito ad essere attenti, quello stesso appello a che non ci si ricada più, che nel 1945 era l’assunto delle Nazioni Unite. A queste immagini, poiché tali sono anche i codici scritti, si sovrappongono quelle fotografiche, altri simboli di percezioni sensibili e sovrasensibili. Prima le immagini scoperte al momento della Liberazione, accezioni sovrane di un martirio della vita e dello spirito; poi i segni attuali: i rostri dei piloni, le punte spinate, i desolati paesaggi, le torrette, le nude mattonate, le macerie, i binari stringenti, sono interpretazioni intellettive, che gridano e interpellano. Qui non è l'imperfezione che vive in noi, non è il difetto e il vizio che incombe, ma l’allusivo sfacelo che colpisce l’umanità intera di comunità e di popoli, il male organizzato come sterminio del “nemico”, una non-ideologia fatta potere che non può accogliere neppure una delle bontà intrinseche di una natura umana che è pur sempre fatta a somiglianza divina. Quindi vi sono le interpretazioni pittoriche. Ascolto di messaggi d’altri tempi e ugualmente messaggio ben più complesso di una soluzione artistica. I dipinti si obbligano su fatti vissuti da altri, ma assunti in sé; nella struttura incorporano a collage ed evidenziano veritieri fotogrammi e frasi scritte, rievocano i colori e le forme della storia. I vividi lampi gialli della notte dei cristalli, la cenere sparsa dei bambini dissolti, l’orco onnivoro hitleriano della fiaba divenuto realtà, le striate casacche con i loro intesi segni di infamia nella sozzura di fanghi e sangue seccato, le sfocate porte della morte fra gli azzurri stellari che aprono mondi diversi. Costruzioni stridenti, incasellate a costrizione, celle che vagano in un ballo inconsulto, alla mercé della semplicistica ideologia dell’annientamento. E’ la notte della ragione e dell’umano, l’abbandono della poesia, dell’arte, della musica, esemplate nella fuga degli intellettuali dalla Germania nazista; è la dispersione di identità potenzialità e valori, così struggenti nella eliminazione dei bambini, la radice di ogni crescita. Se vi è qualcosa di didascalico e polemico in queste non accattivanti immagini, è ancora una volta testimonianza e messaggio a suggestione dei problemi che percorrono noi ed ogni tempo, degli interrogativi cui l’animo non può abiurare, delle tensioni che non possono trovare radicali soluzioni. Messaggio di riscatto e di tolleranza, genesi di un proposito di rinnovamento che non si può delegare a nessuna religione, a nessuna ideologia, a nessun potere.