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VIAGGIO AD AUSCHWITZ - Articolo pubblicato su "La Provincia" del 15 aprile 2001

Federico Bario - Marzo 2001

 

Sabato 24 marzo 2001. Il treno parte dalla Centrale di Milano nella tiepida sera diretto a Cracovia, Polonia meridionale. 21 ore e 39 minuti di sferraglianti rotaie: un viaggio che dal cuore dell'Europa conduce ad est passando per Brescia, Venezia, Tarvisio, Klagenfurt, Vienna, Breclav, Ostrava, Oswiecim e giunge a destinazione sotto un cielo che rovescia pioggia e nevischio sulla città di quel Casimiro il Grande che, si narra, fu "sovrano di buon cuore e generoso mecenate delle arti".

Oswiecim, sessanta chilometri da Cracovia, è ancora un nome sconosciuto ai più. Ma se la cittadina industriale che si affaccia sulla Vistola, la si chiama con il nome che le avevano dato i Nazisti, e cioè Auschwitz, anche sui volti dei cinici e degli indifferenti passa, per un istante, un'ombra, un segno di smarrimento.

 

Auschwitz II, Birkenau (cittadina di Brezinska), situato a tre chilometri da Auschwitz I, è il fratello maggiore del più famoso campo di sterminio nazista in cui trovarono atroce morte più di 2 milioni di persone; il 90% di esse erano ebrei d'Europa. E' la Shoah, la catastrofe , impropriamente chiamata Olocausto.

Oswiecim, al tempo dell'occupazione nazista, contava dodicimila abitanti di cui settemila erano ebrei; oggi gli abitanti sono cinquantacinquemila e di ebrei non ce ne sono più. Notizie recenti ci informano però che un vecchio ebreo, uno solo, è tornato da poco a vivere lì: il motivo? Vi era nato ottant'anni fa.

Anche nella cattolicissima Cracovia gli ebrei, che nel XII secolo vi si erano stabiliti contribuendo decisamente allo sviluppo economico e culturale della città, oggi sono sparuta minoranza. Attraversare Kazimierz, il vecchio quartiere che un tempo era caratterizzato da una consistente popolazione giudaica, significa comprendere come radicale e devastante sia stata la chirurgia hitleriana nell'estirpare il "bubbone rappresentato dai giudei". Su sette sinagoghe una sola è funzionante: la più piccola; un'altra (famosa e bellissima, quella di Isacco) è adibita a centro culturale: vi si trovano immagini e filmati che raccontano la storia del ghetto di Cracovia e il suo smantellamento (ricordate il film Schindler's List di Spielberg?); qualcosa sta cercando di rinascere dal peso di troppe ceneri, ma il Kazimierz ebraico è abbandono e decadenza di antichi splendori confusi fra mucchi di macerie e ferri vecchi.

Il convoglio che si avvia lento verso Auschwitz si inoltra in un paesaggio di monotona pianura: a sinistra enormi complessi industriali postbellici esalano fumi bianchi ed effluvi di carbone e miseria, a destra piccole strisce di prato e pantano interrompono lunghi filari di betulle e pini. Il treno è in orario. Ci siamo. Penso: i Nazisti non potevano trovare posto migliore di questo, a poche ore dal centro Europa, per perpetrare e nascondere i loro misfatti.

Dentro quei vagoni gli Ebrei erano come sardine. Se quattro, cinque, sei treni arrivavano nello stesso giorno, lo scarico avveniva con la massima urgenza: piovevano randellate, insulti (Claude Lanzmann, Shoah)

Perché sono tornato qui? Dopo quasi tre anni rieccomi davanti al cancello del lager: "Il lavoro rende liberi", la scritta beffarda sovrasta l'entrata di Auschwitz I; numerose scolaresche ingorgano il corridoio che porta dentro al campo; bandiere israeliane si stagliano nel cielo che s'annuvola e sventolano contro i reticolati - un tempo percorsi dall'alta tensione - che delimitano il perimetro del campo. Perché sono tornato qui? Per capire meglio, al di là della devastante emozione che mi paralizzò quando varcai per la prima volta questa soglia. Molte letture, la visione attenta di innumerevoli documentari, un lavoro di pittura e collage e di testi, costruiti insieme a Marilinda che anche oggi, come allora, mi accompagna, mi ha riportato qui. La ricerca continua: e non può essere che così.

Ecco i block, le baracche. Un'urna pregna di ceneri; foto e documenti sulla vita e la morte nel campo; dietro grandi vetrate, un oceano di capelli umani (i Nazisti li impiegavano per fare materassi e tessuti); una montagna di scarpe; migliaia di occhiali, pennelli da barba, pettini, spazzole, gamelle o ciotole; centinaia di protesi: gambe e braccia finte, corsetti ortopedici, grucce e stampelle ammucchiate contro una parete - sinistri a vedersi come possibili strumenti di tortura. Tutto ciò che i Nazisti non riducevano in cenere, riciclavano; siamo in quella che è stata un'efficiente "fabbrica" (di morte) tedesca. E i poveri oggetti che vediamo esposti, non sono che una piccola parte di ciò che qui dentro e soprattutto lassù, a Birkenau, è transitato fra il 1941 e il 1945.

Alle pareti, nei corridoi dei block, sono appese centinaia di fotografie che ritraggono gli internati: rasati, con la loro povera casacca, guardano stupiti - non spaventati - nell'occhio meccanico del fotografo; qui si veniva a lavorare dopo aver passato la selezione a Birkenau; si poteva sperare di campare qualche mese prima di essere annientato; era una fortuna: a Birkenau oltre il 90% dei deportati era destinato immediatamente alla camera a gas.

La camera a gas, rudimentale e orrenda camera ardente annerita che si apre sui forni crematori. "Spogliatevi e fate attenzione a dove appendete gli abiti così poi li ritroverete dopo la disinfestazione" (o la doccia, come a Birkenau): erano le rassicuranti parole dell'inganno di cui erano vittime i deportati dopo l'estenuante viaggio che li aveva condotti sino a qui senza toccare cibo né acqua.

Capire; ma per quanto mi sforzi mi è difficile immaginare cosa dovesse essere, allora, la vita (la morte) nel campo; la sopravvivenza anche a scapito dell'esistenza di altri prigionieri più fragili o malati; le perverse gerarchie che regolavano il lager; il gelo mortale o il caldo asfissiante; le percosse; i topi; le malattie che si tentava di tenere nascoste altrimenti era la camera a gas, o la forca, o la fucilazione nel cortile della parete nera. Gravoso, disagevole è ora popolare questo luogo di urla e pianti, evocare l'orrore quotidiano che, a volte, trasformava la vittima in un nuovo carnefice disposto a collaborare con le SS per un boccone di pane nero, o a rubare la zuppa al compagno più debole.

Altri block sono stati adibiti a mostre permanenti che le nazioni coinvolte nel conflitto hanno dedicato alle proprie vittime. In quello israeliano un gruppo di studenti intona un canto yiddish, alcuni singhiozzano forte: sono giovani, e certamente molti di essi qui hanno perso i nonni. Nel blok italiano le parole di Primo Levi ammoniscono il visitatore a non abbassare la guardia; Levi lo dirà poi con una sola semplice frase: "E' accaduto, può accadere di nuovo".

Fuori il cielo è ormai completamente nuvolo e fa freddo. Ecco. Penso al lager e a come esso cerca di riproporsi sotto diverse forme, da allora; e non mi riferisco solo alla Cambogia di Pol Pot o alla guerra nei Balcani o ad altri spaventosi genocidi; vorrei dire piuttosto che il linguaggio del lager rassomiglia a quello di una efficiente e mostruosa società/fabbrica moderna con rigide regole, gerarchie e relative delazioni e punizioni; un lager con tanto di premi ai capireparto più intransigenti, il cui spazio di manovra è occupato (disputato) da cinici carrieristi che collaborano felicemente con le SS di turno. Tutto si può ripetere e in questo consiste, in parte, l'attualità di Auschwitz. La banalità del male, per dirla con Hannah Arendt, risiede nel fatto che quei carnefici non erano mostri ma parte di un meccanismo mostruoso che finiva per coinvolgerti tuo malgrado; una sorta di Molock retto da una burocrazia onnipresente e kafkiana che si autoalimentava. "Gli oppressori di allora, scrive Levi, erano esseri come noi, un oppresso può divenire un oppressore, e spesso lo diventa" (la famosa zona grigia di cui lo scrittore - testimone parla nel libro "I sommersi e i salvati").

C'è un sole caldo mentre ci incamminiamo, il giorno dopo, verso il campo di Birkenau seguendo le rotaie che sessant'anni fa, da Cracovia-Oswiecim, conducevano alla Porta della morte. Il treno entrava direttamente nel campo e la selezione avveniva in pochi minuti. Nel breve spazio di due o tre ore la maggioranza dei deportati passava dal treno alla camera a gas ai forni crematori. Birkenau è immenso: 175 ettari, trecento grandi baracche, una sessantina di esse si regge ancora in piedi. Le camere a gas e i forni crematori - in cui lavoravano ininterrottamente 800 persone - sono ora un mucchio di macerie. I nazisti stessi li fecero saltare nel vano tentativo di distruggere le prove dello sterminio quando l'armata rossa era alle porte di Aushwitz.

Nel bosco di betulle che delimita il campo ecco i luoghi dove nel 1944, per far fronte all'enorme mole di "lavoro" che Birkenau richiedeva ( più di quattrocentomila ebrei ungheresi gasati in due mesi e mezzo) vennero approntati dei grandi roghi: i forni non riuscivano a smaltire tutto il "lavoro", appunto.

I reticolati a perdita d'occhio sui quali qualche disperato si lanciava cercando la morte nei fulmini dell'alta tensione, oggi producono ruggini, e le sinuose lampade che un tempo illuminavano il mattatoio di Birkenau cedono sotto l'usura del tempo. Nell'aria primaverile cantano gli uccelli e tutto appare ancora una volta impensabile, inimmaginabile; ma se tendiamo l'orecchio, suggerisce il regista Alain Resnais nel suo lungometraggio "Notte e nebbia", non sentiamo altro che grida di dolore, invocazioni di aiuto.

Auschwitz-Birkanau sono situati nel lato oscuro della nostra storia. La loro unicità risiede nel fatto che il massacro è stato pianificato ed eseguito senza alcuna - per quanto aberrante - passione ma preparato con alta demagogia e populismo impregnati di un razzismo antico e di vergognosi pregiudizi; la messa in pratica dello stesso è stata alla fine affidata al meticoloso lavoro dei burocrati e ad un pugno di volenterosi carnefici. Molti di essi si sono arricchiti sulla pelle dei popoli massacrati e hanno trovato, e guerra finita, chi li ha aiutati a ricostruirsi un'esistenza agiata e tranquilla. E' fin troppo ovvio dunque affermare che tale scempio possa ripetersi e che i "cani neri" (leggi Ian Mc Ewan) possano tornare ad azzannare, a dilaniare carni.

Ma le voci della memoria e della testimonianza ci chiamano; esse sono potenti e rispondono ai nomi di Levi, della Arendt, di Bettelheim, di Amèry, di Lustig, di Wiesel, di Katzenelson e di molti altri dispersi senza vita e senza nome; sono le rare voci dei pochi sopravvissuti di quei "Sonderkommando" che, prigionieri essi stessi, furono costretti per un breve periodo (prima di essere eliminati a loro volta) a svuotare la camere a gas ingombre di cadaveri dei loro parenti e amici, ad estirpare denti d'oro, a portare i corpi al crematorio e a disperdere infine montagne di ceneri.

Senza la memoria viva e custodita di ciò che è avvenuto in quella povera parte della terra, non ci può essere né presente né futuro per la dignità umana, ma solo confusione, rimozioni e timori che ci portano a condurre un'esistenza di uomini vuoti, di uomini impagliati: e anche in questo consiste l'essere schiavi. "Il segno di Auschwitz non si cancella - ha scritto Primo Levi - nella vita di un uomo, nella storia del mondo".